SHIBORI LAB

AKI TAKESHITA
Nato a Kyoto, si laurea presso Tama Art University. Trasferitosi a Milano, svolge lavori di progettazione con Claudio Bellini; nel 2017 inizia il progetto “Shibori LAB” con base a Kyoto e Milano.

shiborilab@gmail.com
AKIFUMI TAKESHITA
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Ciao! JOURNAL No.12

Ho fatto il mio primo viaggio in Italia per visitare il “Salone del mobile” a Milano. Era il 2011. Al tempo ero incuriosito dal fatto che i maggiori design di alto livello provenissero tutti dall’Italia.
Per questo motivo ho iniziato a fare ricerche sulla cultura del Bel Paese e infine ho deciso di trasferirmi in Italia.
Normalmente al design italiano viene associata l’immagine di “brand di alta qualità” ma è anche vero che la fast fashion è sempre la più diffusa fra i giovani. Perché non esiste un livello intermedio tra queste due realtà? Questa riflessione è all’origine del mio lavoro.

Tra i progetti di cui mi occupo figura il workshop di aizome, la tinta indigoide. Nel mio giardino a Milano coltivo il guado da utilizzare per la colorazione. Durante il workshop tingiamo fazzoletti, foulard, vestiti e giacche, ma la cosa a cui tengo di più insegnare è l’importanza del processo che inizia dalla coltivazione del guado: la semina, la raccolta, la tintura
del tessuto e infine l’elaborazione dei vestiti; ogni cosa viene fatta con le proprie mani. Il lavoro è lungo ma la spesa è pari a zero se escludiamo il costo del tessuto (l’ideale è produrre anche il tessuto da sé).
È semplicemente necessario impiegare il proprio tempo.
Una volta l’uomo creava tutti gli oggetti necessari alla vita quotidiana
in questo modo.

Questo monozukuri (realizzazione di cose) è certamente primitivo ma allo stesso tempo futuristico: l’idea di “creare con le proprie mani le cose di cui si ha bisogno” permette di riempire il vuoto tra brand di alta qualità e fast fashion. L’aizome fa parte dell’artigianato giapponese, ma sta scomparendo insieme ad altre tradizioni, soffocato dai prodotti in serie a basso prezzo. Tuttavia ritengo che se la società considerasse la cultura tradizionale come una necessità, allora avrebbe ben modo di sopravvivere.

Nella speranza che il monozukuri torni ad avere un futuro, desidero sviluppare la mia attività in Italia, paese della moda, più che in qualsiasi altro paese europeo.

Link
http://www.ciaojournal.com/2018/03/16/1844/?lang=it